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 Le plastiche biodegradabili per gli imballaggi flessibili

La ricerca sui materiali plastici per la produzione di imballaggi flessibili è in continua evoluzione soprattutto per quanto riguarda l’impatto ambientale e la sostenibilità.
Le soluzioni più diffuse, al momento, prevedono l’impiego di bio-plastiche di origine biologica, in certi casi biodegradabile e compostabile, che il tradizionale polietilene (PE) e polipropilene (PP) con additivi oxo-degradabili, a vita utile di servizio controllata.

Ci sono le caratteristiche richieste agli imballi a condizionare l’utilizzo dei nuovi materiali ed in particolare la resistenza meccanica, la durata e la resistenza agli agenti atmosferici: il film destinato ad imballare prodotti a scadenza ravvicinata può avere una degradabilità molto più rapida di quello usato per filmare dei bancali che tra magazzinaggio e spedizione deve resistere anche per dei mesi.

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Gli imballaggi flessibili a base biologica di nuova generazione sono realizzati con acido polilattico (PLA) che è un biopolimero che si ottiene da piante come mais, manioca, canna da zucchero o barbabietole tramite la polimerizzazione dell’acido lattico derivato dal destrosio da loro ricavato.

Dal punto di vista ambientale questo polimero ha il vantaggio di essere biologico in quanto prodotto con risorse rinnovabili anziché di origine fossile; per contro, dal punto di vista della biodegradabilità, pur essendo cento volte più rapida che nella plastica tradizionale, è comunque, nelle situazioni migliori, sull’ordine dell’anno.

Ci sono poi le bioplastiche, ricavate da fonti sia rinnovabili, che hanno la caratteristica di essere biodegradabili e compostabili. Sono del tutto identiche alla plastica tradizionale per leggerezza e resistenza ma con una composizione chimica completamente diversa essendo ricavata esclusivamente da componenti vegetali, come l’ amido di mais e sono biodegradabili grazie un processo di decomposizione svolto da microorganismi. Comunque i biopolimeri che formano le bioplastiche sono destinati alla compostabilità e non si parla, nel loro caso, di riutilizzo.

Un’altra via è l’addizionare le plastiche tradizionali con composti ossidanti che ne programmano l’autodistruzione, riportandole allo stato di molecole di base compatibili con l’ambiente.
L’additivo viene introdotto nella fase di estrusione della plastica e, dopo un predeterminato periodo di tempo, rompendo le catene polimeriche molecolari e grazie alla presenza dell’ossigeno, la plastica inizia il suo processo di degrado. I micro-organismi completano il “processo”. 

De Toffol Imballaggi sas  di Franco e Luca De Toffol & C. 

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